⭐️  Donna è amore, donna è vita: la monaca di Monza

a cura di Giulia Alibardi, Angela Zaffalon, 3AC – Liceo Classico e Alma Mazzoleni e Lisa Lorenzon, 3BG – Liceo Linguistico Europeo, indirizzo Giuridico-economico. Con la supervisione della prof.ssa Ilaria Meneghetti.

In una antica e polverosa biblioteca di un convento da molti anni dismesso, nascosto tra immensi volumi di teologia, di filosofia, di storia e di letteratura, non troppo tempo fa, fu trovato un libriccino con la copertina scura e rovinata sugli angoli: nessun segno identificativo all’esterno, mentre all’interno alcune pagine si presentavano molto rovinate dal tempo, altre addirittura strappate. La scrittura fitta, elegante e irregolare si imponeva sullo spazio bianco e sembrava invitare colei che per prima fece la scoperta ad immergersi nel mistero della decifrazione di questo manoscritto, di cui noi ora riportiamo qualche stralcio.

Lettere dal palazzo del padre: sguardi sulla famiglia

Caro diario,

sono rinchiusa da ormai troppo tempo nel palazzo di famiglia. E pensare che ero così contenta all’idea di essere finalmente uscita dal convento, dopo anni trascorsi in quella prigione. Mi illudevo di poter realizzare una vita diversa, come quella delle mie coetanee: sapessi quanto le invidio!

E invece non dimenticherò mai come sono stata accolta dalla mia famiglia: io ero felice di essere tornata finalmente a casa e loro hanno tramutato tutta quella mia felicità in infelicità, guardandomi con occhi freddi e indignati, delusi per il fatto che io avessi osato contrastarli. Così ora subisco un’altra punizione di mio padre, la cui cattiveria non conosce limiti: ha costretto tutti a non rivolgermi parola e a trattarmi con disprezzo, persino i servitori. Sono stata davvero sciocca a pensare che lui avrebbe accettato la mia rinuncia a farmi suora. Del resto a lui interessano solo i giudizi altrui e il suo patrimonio ed è per questa misera ragione che io sono costretta a patire le sue scelte e a rinunciare a me stessa.

Ogni tanto mi chiedo se possa esistere in questo mondo un padre amorevole, ma non riesco proprio a figurarmelo. Per me è sempre stato impossibile trovare posto nel cuore di pietra di mio padre e ho passato tutta la vita a nascondermi da lui. Da bambina lo immaginavo solo come un mostro che esce dal letto quando tutti stanno dormendo; adesso, come uno che sa solo impartire ordini e imporre le sue decisioni. Non lo nego, a volte mi è capitato di desiderare di non avere un padre.

Caro diario,

stare rinchiusa in questo palazzo è solo motivo di malinconia e di sofferenza. Non mi rimane neanche il piacere di affidarmi ai ricordi, perché io non ho ricordi belli.

Eppure, almeno il ritorno con la mente all’infanzia dovrebbe essere motivo di gioia per chiunque. Ma quale bambina gioca con le bambole vestite da monaca? A sei anni avevo capito che la mia vita era già stata decisa da altri e da allora è stato difficile per me sognare il futuro. Quando sei bambina, non vedi l’ora di diventare grande per poter fare tutte quelle cose che i genitori ti impediscono di fare, io invece sapevo che crescere per me avrebbe significato solo mettere la tonaca. E allora dentro di me cresceva sempre più un sentimento di insofferenza per la mia famiglia: volevo che mio padre fosse divorato dai sensi di colpa, che si sentisse soffocato dai ricatti, come quando io mi rifiutavo di giocare con le bambole vestite da monaca e mio padre mi diceva che c’erano bambini senza giocattoli. Avrei dato tutti i giochi del mondo per un po’ di libertà.

Caro diario,

ho capito che posso uscire da questa prigionia solo se accetto la vita in convento. Scriverò oggi stesso la lettera a mio padre, dicendogli che sono pronta; poi, dovrò ripeterlo anche al vicario e alla madre badessa del convento. Con questa decisione so che diventerò una persona diversa, irrimediabilmente compromessa, e mi si stringe il cuore a sapere che una simile scelta rappresenti per me la morte di ogni desiderio e di ogni impulso della mia anima. Ho rinunciato, e mi dispiace, ma non posso più continuare così: ho perso ogni mia libertà e ogni possibilità di comunicare con gli altri. L’unica persona che sembrava comprendermi era un paggio, con cui mi sentivo bene ed eravamo soliti scambiarci lettere, finché una serva, sottomessa a mio padre, una volta ha intercettato una lettera ed è andata a consegnarla a mio padre. Da quel giorno io non ho più visto il paggio e chissà cosa gli avranno fatto.

Non sono forte come pensavo, ho capito che quella contro mio padre è una lotta che non vincerò mai. Tanto vale allora arrendersi subito. Ciò che più fatico ad accettare è il pensiero che sia tutto frutto della volontà di un padre incapace di amarmi e che mi tratta come una bambola, a tal punto che, a volte, mi sforzo perfino di pensare che il problema in realtà non sia suo, ma di questa società, ubriacata dalle apparenze e senza sentimenti. Purtroppo, però, non è così.

Lettere dal convento: sguardi sull’amore, sulla realizzazione personale, sulla religione

Caro diario,

ma è proprio vero che in ogni momento della vita Dio è vicino a noi? Eppure, io mi sento sola. Intrappolata in una vita che non ho scelto. Ogni giorno costretta a seguire il filo rosso del destino: ideato, cancellato e poi riscritto su misura per me, con il solo problema che la mia anima non desidera nulla di tutto ciò. La mia vita è una maledizione, che mio padre ha scagliato su di me, condannandomi alla solitudine e alla frustrazione. Con il passare del tempo, però, ho imparato a conviverci. La solitudine è diventata un punto di riferimento, una compagna sempre presente, che mi tiene stretta di giorno e veglia su di me la notte. Tutti i miei desideri sono repressi: l’amore, l’affetto di una relazione stabile e l’eterno legame del matrimonio. Come suora, devo rinunciare a tutto ciò e abbracciare la versione più pura e casta di me. Allora mi consolo coi ricordi di quei rari momenti in cui il mio più intimo desiderio pareva essersi realizzato.

La prima volta che sentii nascere qualcosa di nuovo e di bello dentro di me ero in isolamento, nel palazzo di mio padre, ignorata ed evitata da tutta la mia famiglia, ma non da lui: il ragazzo, il paggio, che mi chiedeva ogni giorno se stessi bene, perché a lui importava qualcosa della mia esistenza, lui che mi aveva fatto sentire per la prima volta viva. Ero incredibilmente entusiasta di aver trovato qualcuno a cui affidare il mio cuore: uno spiraglio di luce. Così gli scrissi una lettera, nella quale le parole davano concretezza a pensieri ed emozioni ricche di verità e di amore travolgente, che speravo facessero breccia nel suo cuore.

Tutto ciò in cui credevo, però, scomparve improvvisamente quando incontrai gli occhi adirati di mio padre mentre strappava la lettera e mi rinchiudeva a chiave nella mia stanza. Il mio desiderio era stato punito e, ancora una volta, la cruda realtà mi portò a seguire il mio tanto odiato destino.

E poi Egidio, Egidio, Egidio… Quanti peccati, quanti segreti e quante menzogne condividemmo noi due. Una ventata fresca in una stagione -la vita- arida, un soffio di vita che risveglia l’animo: ecco chi eri per me. Entrata al convento mi sentivo un pesce fuor d’acqua e invidiavo le altre mie compagne perché, al contrario mio, loro avevano scelto e accoglievano questa vita come se fossero nate per questo. Aggraziate, composte, benevole, rispettose e vicine a Dio. Io non ero nulla di tutto ciò e, anche in un ambiente austero come il convento, cercai con la mente una distrazione dalla pesantezza delle mie giornate. Strano a dirsi, ma la trovai proprio in quell’ambiente, proprio fuori dalla mia finestra: il convento era diventato più piacevole, grazie a Egidio.

Dal momento in cui lo vidi per la prima volta, diventò un pensiero fisso che colorava la mia quotidianità. Ad ogni alba e ad ogni tramonto mi affacciavo alla finestra: lui sorrideva arrogante mentre attraversava il giardino sotto casa mia, poi sfiorava con le dita le erbacce ribelli più alte e alzava gli occhi. Ammirava il cielo come io ammiravo lui. Molte volte sperai alzasse lo sguardo per incrociare il mio. Molte volte pensai: “Chissà cosa provano le erbacce ad essere accarezzate da un tocco così amabile. Chissà cosa sente il cielo ad essere contemplato da quegli occhi così vivi e profondi”. E tutto ad un tratto non fu più un sogno. Improvvisamente, anche lui cominciò a fissare intensamente la mia finestra e, come il più bello dei miracoli, i nostri occhi si incontrarono. Non fu un’occhiata fugace, bensì un lungo scambio di sguardi. Per secondi che sembravano interminabili, rimanemmo lì a parlarci con gli occhi. Sorrise, mi stava sorridendo. Io, involontariamente, ricambiai con un una facilità che stentai a riconoscere. E se avesse potuto sentire il mio cuore… batteva forte forte. Il mio cuore aveva ripreso a vivere. Così questa bellissima avventura ebbe inizio. Tra carezze vietate, chiacchierate confidenziali, baci sfuggenti, risate vere e incontri notturni toccai il cielo con un dito e realizzai il desiderio di una vita. Eppure la felicità non dura per sempre e nello stesso istante in cui il nostro segreto fu svelato, la mia gioia si polverizzò.

Sono arrivata alla conclusione che il problema sono io. Sono perseguitata dal bisogno di attenzioni e, quando le ricevo, non posso controllare me stessa, non riesco ad evitare di provare un sentimento talmente forte che il mio cuore stenta a reggere. Vivo l’amore in modo amplificato, con tutta me stessa. Le suore qui insegnano a riconoscere le nostre debolezze e i nostri peccati, ma io mi chiedo: “È davvero un errore aprire il proprio cuore agli altri sperando che loro ricambiano? È sbagliato provare invidia verso le dolci coppie felici e sposate? È colpa mia se desidero fuggire dalla vita del convento e trovare riparo nell’amore?”. Se ciò è vero, io sono la peggiore delle peccatrici.

Caro diario,

pietà di me! Almeno tu non mi disprezzare. Non volgermi anche tu le spalle! Non farmi questo torto! Perché mai questo castigo? Perché mai questa vita? È questa la legge di Dio? Succede sempre il contrario di quello che voglio. Chi sarei mai lontana da questo convento? Sono cresciuta per portare la tonaca e il velo. Dovevo imparare a non desiderare altra vita da quella pensata da Dio per me. Vige qui quella regola infrangibile che ci trasforma e plasma dentro di noi un nuovo modo di vivere: il convento rende l’anima isolata, confinata e quasi insensibile. In realtà noi povere monache parliamo, vediamo e sentiamo tutto, ma abbiamo l’ordine di non far trasparire nulla, bisogna rimanere sempre impassibili. Fuori di qui la gente parla, si informa, si guarda negli occhi, è libera di parlare; qui si volge lo sguardo altrove: all’anima, alla religione, a Dio. Mancano quelle piccole cose di ogni giorno, mancano… come posso chiamarle? Le cose intermedie, mondane, le chiacchiere di mondo, la libertà incondizionata di vivere. In questo convento, il nome mio è inesorabilmente legato ai muri del chiostro e anche alle bocche delle consorelle. Tutti mi presentano come “La Signora” e in quel titolo ricordo e percepisco un senso di potere privato ancor prima di venir in questo mondo. Non auguro a nessuno, nemmeno al mio peggior nemico, di godere di privilegi e riconoscimenti con la consapevolezza di essere in realtà impotente di fronte alla propria vita.

Sento che tutti, mio padre, la mia famiglia, la superiora, la servitù e le persone che consideravo amiche sono pronte ad ogni menzogna pur di vedere realizzate le loro aspettative. E, senza la mia volontà, in un giorno di maggio sull’altare c’era un gran mazzo di fiori, mi venne consegnata la tonaca e con essa la mia infelicità eterna. Sono cattiva a scrivere così, no? Eppure, non lo posso nascondere, la verità è amara a volte, mi sento tradita da tutti coloro che avrebbero dovuto amarmi. Quando entrai in convento, il tempo non scorreva più per me, le giornate erano tutte uguali. Mi era impossibile pensare che la vita avesse preso quella direzione. Solo la morte mi avrebbe resa beata. La gente crede che io qui sia felice, in pace, beata, raccolta nel silenzio più profondo, mentre nella realtà, all’ombra del crocifisso, nelle preghiere irriducibili ho trovato solo l’amarezza della vita, l’impotenza di reagire. Cosa mi fa dire la rabbia! Questo sentimento è più forte di me. L’impotenza mi sconfigge, mi consuma. Il mondo non conosce l’agghiacciante sensazione di chi entra qui per sempre: sentirsi chiudere alle spalle ogni possibilità di autodeterminarsi: un sentimento di oppressione, come se venisse a mancare la luce, l’aria, la vita. Non passa giorno che il cuore non smetta di rattristarsi, anche se la mia compostezza non lascia intravedere lo sgomento che provo quando la luce rischia di illuminare i miei segreti.

Spesso guardo fuori dalla finestra della mia cella. È un modo per evadere con l’immaginazione, di sognare un mondo migliore. Da essa si vedono solo campi. Che bella la natura, nei pomeriggi d’estate, dopo pranzo, in quell’ora in cui il sole è cocente, in cui non si sa cosa fare perché è troppo caldo! Mi metto lì e osservo, dimenticandomi di ciò che mi circonda. I campi stanno fermi, come sicuri di sé, solo con il cambiare delle stagioni loro cambiano. Le spighe costituiscono quasi un’onda d’oro compatta che si piega umilmente ad ogni leggero soffio dell’aria. Perché ti dico questo? Per la pace che provo in quegli istanti e per l’immedesimazione rincuorante che trovo nell’immobilità della natura. Il frinire delle cicale e le danze delle rondini, il soffio del vento estivo sono la distrazione da ciò che provoca in me collera e al tempo stesso l’origine del rancore e della frustrazione per la mia passività.

Ogni quarto d’ora le campane del convento riportano tristemente l’attenzione alla preghiera. Colpi lenti, uno dietro l’altro. E così, quando il sole tenta invano di oltrepassare i vetri opachi delle finestre, le sbarre di ferro e quei vecchi corridoi, io provo solo l’illusione di distrarmi, di godere del mondo al di fuori. Ma poi su quei vetri vedo il riflesso di una figura rigida, inflessibile; negli occhi, tuttavia, c’è qualcosa di irrequieto e irregolare, un’espressione che annuncia qualcosa di vivo, più nascosto e profondo, irriducibile. Gli occhi rispecchiano l’anima.

Caro diario,

prima ancora che i miei occhi potessero vedere la luce, il mio destino era già stato scritto. La mia vita era designata per servire Dio, prima ancora che conoscessi effettivamente il mondo che aveva creato, e la sua crudeltà. Per tutta la vita mi è stata insegnata l’importanza di vivere secondo i valori del Vangelo, di amare e desiderare solo Dio. Io però non riuscivo a liberare la mia mente dalle tante domande, intime ed esistenziali, che non avevo il coraggio di pronunciare ad alta voce. “Come facciamo a sapere che Dio esiste per davvero? E come si può pensare che Dio esiste quando trionfa il male?” Siamo così abituati a “credere” che se ci fermassimo un momento a pensare al perché

 crediamo, non troveremmo una risposta. È come se credere in Lui fosse un’abitudine, non una scelta dettata dalla fede. A volte mi imbarazzavo di fronte a queste domande, quasi come se, ponendomele, commettessi un peccato: mettere in discussione Dio, un’atrocità. Senza contare poi che tutti sembravano leggere in qualche modo nella mia mente questa incertezza, motivo per cui mi guardavano con malcelato disprezzo.

I miei dubbi però crescevano e io dovevo decidere se scegliere Dio, amarlo, considerarlo un rifugio e una fonte di speranza oppure rifiutarlo, condannarlo. E proprio quando i miei occhi si adattavano alla luce, in un attimo, il buio. Non ho scelto io di diventare monaca: è come se mi avessero spinto dentro alle mura di questo austero e malinconico convento e avessero chiuso la porta a chiave. Io però voglio uscire, mi giro e mi rigiro, batto i pugni sulla porta, urlo, imploro pietà dell’anima che vuole soltanto essere libera. Ma la porta rimane chiusa, la chiave chissà dove. Nessuno sente. Nessuno vuole sentire. E io ci ho provato. Ci ho provato davvero. Ho pregato, pregato e pregato ancora. Ho tentato di provare per Dio l’amore che in una persona nella mia posizione dovrebbe essere congenito, radicato nell’anima.

Invidio le altre monache, sono lacerata da questo sentimento, questo peccato così odioso perché per loro sembra così facile, naturale, portare il velo ogni giorno e inginocchiarsi al cospetto di Dio. Non sembrano tormentate dalle stesse domande che ogni giorno perseguitano me, non sembrano avere le fantasie su come possa essere la vita fuori: correre sotto il cielo limpido, tra erba fresca. Anche gli uccelli, il cui unico limite è il cielo, possono scegliere la propria corrente.

Mi è impossibile ringraziare con un cuore puro e sincero Dio, perché la costrizione produce nella coscienza dell’uomo un sentimento opposto: il rancore, il ripudio, la rabbia. Io vorrei anche lasciarmi tutti questi pensieri alle spalle e provare a trovare, qui, uno spiraglio di felicità, ma quando chiudo gli occhi, davanti all’altare, e penso a tutto quello che avrei potuto essere, quello che avrei potuto fare, i pugni si chiudono stringendo il rosario, tanto da lasciare il segno delle perle e dell’astio represso sulla mia pelle. Quando poi apro gli occhi al mattino, il tepore di un nuovo inizio, l’amenità della luce non riescono ad avvolgermi, perché frenati dalla freddezza della stanza spoglia, e dall’amaro sapore della consapevolezza che sarà solo una giornata come le altre.

Se Dio esiste, perché ha lasciato che un destino così infame spettasse proprio a me? Forse non mi ama, per questo mi ha precluso la scelta di una vita felice. O forse mi ama così tanto da volermi vicino a Sé nonostante il mio volere? È davvero questo l’Amore? Io so solo che non potrò mai essere devota a Qualcuno che è rimasto a guardare mentre mi veniva portata via la felicità.

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