🕎La Pasqua ebraica

a cura di Elisa Giraldo (4 BG, Linguistico Giuridico-economico)

Cari lettori e lettrici, 

finalmente è giunto il momento di raccontarvi la mia festa ebraica preferita, di cui sicuramente avrete già sentito parlare: la Pasqua ebraica.

Ho intenzione però di proporvi curiosità interessanti che forse non conoscete e che permettono di cogliere la straordinaria particolarità di questo evento.

Pesach è la prima delle tre grandi ricorrenze del calendario ebraico e fa parte delle cosiddette Shalosh Regalim, per ravvivare il ricordo dell’uscita del popolo d’Israele dalla schiavitù d’Egitto.

Nella Diaspora dura otto giorni, durante i quali è vietato il consumo di qualsiasi tipo di cibo considerato Chametz ovvero ogni sostanza derivata da: frumento, orzo, avena, segale mescolati ad acqua e lievitati. Questo avviene perché quando agli ebrei schiavi fu permesso di lasciare l’Egitto, dovettero mettersi in viaggio velocemente perché si temeva che il faraone, come aveva già accaduto altre volte in passato, potesse cambiare idea e quindi le donne non ebbero nemmeno il tempo di far lievitare il pane da mangiare durante il cammino. Ed è così che iniziò l’usanza di mangiare il pane azzimo, le Matzot, una specie di cracker non lievitato fatto di farina, acqua e un pizzico di sale simbolo della durezza della schiavitù: è un modo per farci comprendere quanto sia importante lottare per la propria identità e di quanto la libertà sia un “duro pane”.


Matzot
Pesach

La frenesia dell’avvio di questa festa inizia già un paio di settimane prima, quando iniziano le cosiddette “pulizie di Pasqua” per cercare di eliminare qualsiasi traccia di Chametz, proprio perché ne è proibito anche il possesso. Infatti, la sera del 14 di Nissan, data che segna la vigilia di Pesach, i bambini hanno il compito di scovare dieci pezzettini di pane avvolti da alluminio che i genitori hanno provveduto a nascondere in giro per la casa, per renderli partecipi della ricerca. La mattina seguente ( le feste ebraiche iniziano alla sera), questi pezzetti vengono bruciati per indicare l’eliminazione completa di questa sostanza proibita per gli otto giorni successivi. 

Per quanto mi riguarda, il fulcro di questa festa è rappresentato dai due Sedarim che si tengono la sera del primo e il secondo giorno. Come vi avevo già accennato durante l’articolo su Purim, “seder” vuol dire ordine ed infatti si tratta di due cene che si svolgono seguendo la lettura dell’Haggadah, un libro in cui vengono indicate le quattordici mitzvot da svolgere in ordine e con precisione durante il corso della serata.


Ebraico Mitzvot
L’ordine del seder

Ogni anno, il “Cuore Concordia”, un’associazione di persone membri della comunità di Venezia, si occupa dell’organizzazione di queste due cene, momento di incontro caratterizzato da un grande senso di collaborazione, umanità e vicinanza tra tutti gli ospiti. L’aiuto volontario è ben accetto e con grande felicità vi comunico che anch’io faccio parte di questo team che dal 1945 si prodiga per seguire la medesima tradizione, soprattutto relativa al menù. 

Prima di passare al cibo, però, dovete portare ancora un po’ di pazienza, perché prima sarà necessario compiere parte delle 14 azioni previste per la serata.

Si comincia con la cosa più “allegra” della serata, ovvero la mitzva di bere quattro bicchieri di vino, non tutti in una volta ma durante il corso di tutta la serata, appoggiati sul lato sinistro. Le spiegazioni bibliche sono essenzialmente due: la prima è perché quattro sono le espressioni associate alla parola Libertà mentre la seconda è perché i figli d’Israele dopo l’uscita dall’Egitto furono riconosciuti per quattro meriti. La scelta del vino è legata alla gioia e alla felicità proprie di questa festa, mentre ci si adagia a sinistra perché nei tempi antichi soltanto le persone libere potevano farlo durante i pasti.

La serata inizia con la lettura dell’Haggadah, recitata da ogni comunità con il proprio rito, ma a mio avviso quello veneziano è tra i più affascinanti. Si parte con il Kadesh, la benedizione sul vino, in cui si beve il primo bicchiere, segue l’Urchatz, il lavaggio rituale delle mani, poi c’è il Karpas “l’antipasto” in cui un pezzo di sedano viene intinto nell’acqua salata per ricordare le lacrime amare degli schiavi. Si continua poi con Yachatz, si spezza la matzà (pane piatto) in due, per continuare con il Maghid ovvero la parte narrativa che riguarda un breve riepilogo dell’uscita dall’Egitto. La particolarità di questo punto è che durante il seder ciascun ospite ne leggerà una parte seguendo il meraviglioso rito veneziano la cui musicalità è inspiegabile se fatto a parole….

Il racconto si interrompe per compiere il Rochtza, lavaggio delle mani con relativa benedizione, segue il Motzì Matzà in cui si mangia la Matzà; poi si mangiano il Maròr ovvero erbe amare, una lattuga dal gusto amarognolo accompagnata dal Charoset, una sorta di crema di frutta che ricorda la malta usata dagli ebrei per costruire le piramidi, e si termina con il Korech, ovvero l’assaggio di una sorta di “sandwich” composto da matza, maror ed erba amara. 

Finalmente è giunto il momento del Shul’han ’Orech, la cena. Si inizia con un piatto delizioso e molto sostanzioso chiamato Dayenu che significa “ci sarebbe bastato”. È infatti un brodo di pollo con carne, uovo e pezzi di matzot…. Qualcosa di davvero squisito. La tradizione ebraica veneziana prevede poi un polpettone di tacchino accompagnato da insalata russa, funghi e brasato i cui profumi inebriano tutta la sala, provocando una grande acquolina tra gli ospiti. Ovviamente tutto è stato preparato dalle sapienti mani di abilissime signore.

Il pasto si conclude con l’assaggio di biscottini secchi, anch’essi di produzione “comunitaria”. La serata si rallegra poi con il Tzafun: un pezzo di matza viene nascosto e fatto ricercare ai bambini che otterranno come premio un bel regalo.

Si riprende il seder con la benedizione dopo il pasto Barech e si conclude con l’emozionate recitazione dell’Hallel, l’inno alla lode. Il punto è che non è finita qui, perché la serata prosegue con canti di gruppo, risate e tanti giochi arrivando talvolta a fare addirittura le due del mattino (Nirtzah ).

Ps. La mattina seguente, alle 8:30 siamo tutti invitati a presentarci in Sinagoga per la funzione!

Al di là di tutto, spero vivamente che il mio racconto vi abbia appassionati, che sia riuscita a trasmettervi la bellezza, l’umanità e la convivialità di questa festa.

Auguro a tutti voi un Chag Pesach kasher vesame’ach!

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